La grande varietà pedoclimatica della Lombardia determina una grande ricchezza botanica e di mieli. Scopriamo meglio la Lombardia e la sua diversificata produzione di miele.

 In Lombardia il miele è in evoluzione, sia in quantità che in varietà, specchio del nostro rapporto con la natura e con l’ambiente.

Con Veneto e Piemonte la Lombardia è la regione con la maggior escursione altimetrica in un territorio molto vasto. In quasi 24.000 km quadrati si passa dalle vette delle Alpi Orobie e Retiche, con i 4090 mt del Pizzo Bernina, alla pianura con 22mt slm di Mantova.

Scorrendo nelle valli bresciane e bergamasche, nei territori di Lecco, Sondrio e Varese, i fiumi raggiungono il Po, al confine Sud della regione, passando per le prealpi.

Nell’Oltrepò pavese si affacciano gli appennini settentrionali. La variabilità pedoclimatica, dovuta soprattutto all’escursione altimetrica, determina una grande ricchezza botanica, interrotta solo dall’agricoltura, primariamente maidicola.

Ovviamente il re dei mieli della Lombardia è il miele di robinia ma nell’arco dell’anno sono presenti fioriture che, in un susseguirsi ideale, potrebbero coprire il fabbisogno alimentare e produttivo delle nostre api con varie produzioni.

 

Lombardia, produzione di mieli nei territori montani e altomontani

Nei territori montani e altomontani offrono ottimi bottini i boschi di tiglio selvatico (spesso frammisti ad acero e sorbo), le macchie di erica carnicina, le siepi di rovo e lampone e, a quote piu elevate, le distese di rododendro e la flora alpina dei pascoli (ricca di leguminose, come trifogli e ginestrino, campanule, bistorta, timo, potentilla, salvia selvatica, myosotis, etc.).

In alcune aree dal clima mitigato dalla presenza dei laghi, è presente Erica arborea, che conferisce aroma caramellato ai mieli millefiori. In Valchiavenna addirittura, seppur in modo discontinuo, se segnala la produzione di miele uniflorale.

Negli ultimi anni il cambiamento climatico sembra aver favorito le produzioni di miele alpino, con buone produzioni di rododendro, delicato ed etereo, e di millefiori alpini, dal colore ambrato e dai profumi più intensi.

 

Alberi e produzione di miele nelle zone collinari della Lombardia

Nelle zone collinari della fascia prealpina e dell’Oltrepo inizia la diffusione della robinia. Questi territori, ricoperti da boschi naturali, castagneti, frutteti e prati stabili, annoverano molte altre specie di interesse apistico.

Dopo la robinia fiorisce il castagno (presente fino a 700-800 m di quota) che, oltre a fornire un ottimo miele uniflorale, costituisce spesso la base di eccellenti mieli millefiori, insieme a trifogli, rosacee (rovo, sorbo, pruno selvatico, biancospino, ciliegio), varie composite, acero e tiglio.

A parte il tiglio, queste ultime essenze botaniche ben raramente danno vita a mieli definibili uniflorali. Al concorso Mieli di Lombardia nel 2019 sono stati osservati mieli di ciliegio di buona qualità, dalle tipiche note vegetali e canforate.

In molti casi, per i mieli prodotti in queste aree nel periodo di fioritura del tiglio e del castagno, è possibile utilizzare la doppia denominazione: miele di tiglio e castagno.

  

Vegetazione delle pianure lombarde

Nelle zone di pianura e sui primi rilievi, a primavera precoce fioriscono abbondantemente veronica, tarassaco, salici, nocciolo, ciliegio e pruno selvatico.

A maggio, in macchie spontanee lungo le rive dei fiumi, lungo gli argini dei canali e ai confini degli appezzamenti fiorisce la robinia, la specie più importante per l’apicoltura lombarda. Il miele che da essa si ottiene può essere caratterizzato dal nettare delle brassicacee, coltivate o selvatiche, dal tarassaco, dall’ailanto o dall’amorpha fruticosa.

Quest’ultima, ottima nettarifera originaria dell’estremo oriente, è divenuta negli ultimi anni infestante in molte zone fluviali di pianura. Produce un miele dal colore caratteristico, da arancio a rosso, e dai profumi delicati di rosa e bacche rosse. Altre interessanti specie nettarifere che vegetano in tali aree e che contribuiscono alla produzione di millefiori sono l’acero, il ligustro, il biancospino, il Prunus padus e il viburno.

Un’altra infestante nettarifera presente sempre in prossimità degli argini è la Reynoutria japonica, il cui nettare dà vita ad un miele scuro e caramellato.

In autunno, in aree fluviali, si segnalano buone scorte di edera e Sicyos angulatus. Quest’ultimo produce un miele dal colore scuro e dal gusto intenso che, se non smielato, ben equilibra il rapporto fruttosio/glucosio del miele di edera, rendendo le scorte autunnali facilmente fruibili dalle api.

 

Antropizzazione delle zone dei laghi della Lombardia

Nelle zone maggiormente antropizzate e prossime ai laghi (province di Como, Varese e Brescia) si trovano specie ornamentali, spesso buone produttrici di nettare, quali magnoliacee (magnolia, albero dei tulipani), vite del Canada, spino di Giuda e il già citato ailanto.

L’agricoltura, oltre a al mare di mais, a seconda degli anni offre alle nostre api una possibile simbiosi positiva con alcune colture come la colza, la senape da sovescio, il grano saraceno, il girasole, la soya.

Tutte possibili fonti nettarifere che vanno a sommarsi al contributo prezioso dei prati stabili, concentrati soprattutto nelle aree del mantovano, alto cremasco e attorno all’area metropolitana milanese: veronica, tarassaco, erba medica, trifoglio, meliloto sono solo alcune delle specie botaniche presenti nei prati ad interesse apistico che possono contribuire ad un meraviglioso millefiori, dalle diverse sfumature aromatiche a seconda della stagione di raccolta.

 

Lombardia, un eden del miele. Se non fosse che…

Raccontata così la nostra regione sembra un giardino dell’Eden, con nettari da marzo a ottobre utili a noi e alle nostre api, un caleidoscopio di mieli e di territori davvero affascinante, fatto di molti mieli uniflorali e innumerevoli sfumature di millefiori che sta a noi valorizzare.

Ma la realtà spesso è ben diversa, alle prese con cambiamenti climatici, meteo avverso, rapporti non sempre felici con un’agricoltura spesso miope, evoluzione delle tipologie di colture, ibridate e sviluppate per ottimizzare le rese, non certo di miele.

Il miele è in evoluzione, sia in quantità che in varietà, specchio del nostro rapporto con la natura e con l’ambiente.

C’è una storia, anzi, una preistoria dei mieli: dove è finito il miele di trifoglio che si produceva a giugno sui molto più diffusi prati stabili, utili a foraggiare allevamenti vaccini senza ansia da prestazione?

 

Miele di melata e l’arrivo delle nuove infestanti

E un’evoluzione più recente: che fine ha fatto il miele di melata? Quello che inizialmente fece disperare gli apicoltori ma poi, una volta conosciuto, si è rivelato un ottimo prodotto sia per noi che per il sostentamento delle nostre api a luglio?

Avete mai assaggiato una fetta di pane burro e melata? Spero possiate farlo ancora prima o poi.

Nel frattempo hanno fatto capolino le nuove infestanti, sono arrivate loro a riequilibrare un po’ le cose, a coprire i buchi nettariferi e i vuoti vegetazionali.

L’Ailanthus altissima, ormai abbiamo imparato a conoscere il suo miele, dalle inconfondibili note di the alla pesca, l’Amorpha fruticosa, il Sicyos angulatus, la Reinoutria japonica e chissà quante altre arriveranno in nostro aiuto.

Ma la natura ha i suoi tempi, troppo lunghi per riuscire a compensare la veloce perdita di biodiversità generale, sia vegetale che animale, causata dall’efficiente poca lungimiranza umana.

Ho speranza che possa cambiare qualcosa ma di sicuro non può essere frutto delle scelte dei singoli, come troppo spesso si crede. Le scelte dei singoli sono un’onda che deve dare una spinta a scelte responsabili di gestione del territorio e dell’agricoltura, che vanno decise e imposte dall’alto.

La natura è perfetta. Noi, nonostante siamo solo uno degli animali presenti in natura, lo siamo un po’ meno.

 

Alessandra Giovannini
docente abilitata dell’Albo Nazionale degli Esperti in Analisi Sensoriale del Miele