Ma, allora, nel 2018 il miele si è prodotto o no?

api su favo di mieleLa singolare domanda, che potrebbe arrivare da un consumatore attento ed esasperato, scaturisce da numerose notizie di stampa, locale ma poi riprese anche da organi nazionali, apparse nelle ultime settimane: chi dice che è stata un’annata eccezionale e chi disastrosa, con cali di produzione tra il 50 e l’80%. Queste ultime sono date come dichiarazioni della Coldiretti. Forse qualche apicoltore di assai ridotti orizzonti dovrebbe evitare di pensare al proprio particulare come se fosse l’universo mondo, descrivendo quest’ultimo a misura delle proprie limitate conoscenze; forse… 

Proviamo quindi a ristabilire un po’ di corretta informazione.

 

Produzione

La stagione produttiva appena terminata si è caratterizzata per un’elevata disomogeneità: aree
contigue, in molti casi apiari a poche centinaia di metri di distanza, hanno fatto registrare rese
molto diverse; risulta quindi assai difficile operare generalizzazioni. Inoltre, le colonie sono uscite
dall’inverno generalmente deboli, poi il meteo in molti casi ha fatto il resto. Non si tratta di una
situazione solo lombarda: si possono estendere le stesse considerazioni a livello nazionale

In Lombardia comunque la produzione del miele di robinia (acacia), quello che da solo vale il
bilancio annuale di un’azienda, è stata meno soddisfacente nella aree di precoce fioritura
(pianura) con 10/15 kg per alveare rispetto alle aree collinari e pedemontane a fioritura più
ritardata dove si sono raggiunti, e in qualche caso superati, i 20/25 kg per alveare. Il castagno nelle aree prealpine si è attestato su 10/15 kg. Molto meglio il tiglio di montagna con produzioni che hanno raggiunto anche i 30/35 kg. Bene anche l’alta montagna e il rododendro. Situazione ancor più disomogenea per i millefiori. In questo quadro fa eccezione la zona del pavese, di pianura e collinare, dove tutte le produzioni sono risultate di molto inferiori alle quantità sopra riportate. Si potrebbe discutere a lungo sulle cause della variabilità riscontrata, cause numerose visto che anche i microclimi hanno giocato un ruolo decisivo; tuttavia si può avanzare una considerazione generale: il 2018 ha dimostrato che, pur tra molte difficoltà e insuccessi, si può ancora produrre miele, soprattutto robinia (acacia). Dopo tre anni consecutivi tra il disastroso e il drammatico, non era scontato! È qui appena il caso di ricordare che per il 2017, con la produzione di miele quasi ovunque azzerata, è stato dichiarato lo stato di calamità a seguito della siccità. 

Si può quindi definire il 2018 come un’annata discreta, con alti e bassi, come è spesso capitato e
capiterà in apicoltura e in agricoltura: dipendere in maniera incondizionata dalle condizioni
meteorologiche con l’aggravante dei cambiamenti climatici in atto, non è garanzia di produzioni
certe e di qualità!

 

Mercato

Il miele è una derrata alimentare da tempo deficitaria sul mercato mondiale; ciò significa tensione sui prezzi (ma il discorso è complesso, qui non affrontabile) e incremento di frodi e adulterazioni.

Come dovrebbe essere noto agli imprenditori apistici, esistono due mercati del miele: ingrosso e
dettaglio. Nel mercato all’ingrosso il buono o cattivo andamento produttivo può effettivamente in
certa misura determinare variazioni di prezzo, ma non è l’unico elemento. In questo momento i
prezzi internazionali, almeno quelli europei, sono di poco superiori alla metà di quelli del prodotto
italiano, con tendenza al ribasso. È convinzione di molti che i prezzi del miele italiano si siano
mantenuti su un livello elevato per l’obbligo (italiano, non europeo) di indicare in etichetta il Paese di origine; infatti le rappresentanze apistiche di alcuni altri Paesi europei stanno avanzando analoga richiesta ai loro Governi.

Nel mercato al dettaglio con la vendita diretta, cioè quello a cui si rivolge la maggior parte dei
nostri produttori apistici, il prezzo di vendita è fissato dal produttore stesso, che valuta una serie di elementi in cui le oscillazioni produttive aziendali hanno poco o punto peso. C’è qualcuno che
pensa che il prezzo del miele in zone a forte presenza turistica, poniamo la Valtellina, sia
determinato da qualche kg in più o in meno di produzione? O qualcun altro che ritiene che esista
una relazione diretta e immediata tra quantità di miele prodotto e livello del prezzo, per cui
bisogna dichiarare sempre meno della reale produzione per sostenere i prezzi stessi? In tutta
franchezza, ci parrebbe un approccio assai primitivo, semplicistico e non rispondente alla realtà.

Forse sarebbe più utile una riflessione interna al comparto.

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